venerdì 9 settembre 2011

Racconto: La città dei recinti di Angelo Patania


La città dei recinti



Era accaduto molti anni addietro in una piccola e tranquilla città, ma qualcuno lo ricordava ancora. Tutto era cominciato a dicembre, quando nel giardino di una scuola materna era stata trovata una siringa, chiaro segno che il posto veniva frequentato da drogati. Infatti ad un’analisi più accurata vennero trovati anche una bottiglia di birra vuota e pezzi di vetro sparsi. In pochi minuti sorse un comitato che si presentò al sindaco per protestare, denunciando il pericolo e la mancanza delle più elementari norme igieniche e di sicurezza. Contemporaneamente venne informata la stampa, l’USL e l’Ufficio tecnico furono tempestati di richieste di sopralluogo e di chiarimenti sulla sicurezza degli edifici pubblici. Al motto di “proteggiamo i cortili” i genitori chiedevano all’Amministrazione comunale luoghi più sicuri. Pressati dai media e dall’opinione pubblica il sindaco e la giunta attivarono esperti e consulenti. Dopo lunghe discussioni l’equipe di specialisti elaborò l’idea di utilizzare dei muri di recinzione. La proposta alla cittadinanza fu immediata, la variante normativa ebbe iter abbreviato ed il successo totale, soprattutto tra i genitori. Le prime ad essere recintate furono proprio le scuole materne, poi, a fine marzo, le scuole elementari, ed infine anche le superiori. In quei mesi non vennero trovati oggetti estranei, la vita anzi sembrò svolgersi più ordinata, raccolta e pulita. Alle scuole seguirono la biblioteca, la piscina ed i campi da gioco. Il successo fu tale che alla fine di giugno, dopo la chiusura delle scuole, le famiglie si sentirono prive di quel senso di sicurezza che le aveva tranquillizzate nei mesi precedenti e si presentarono in massa davanti al municipio. Una delegazione fu ricevuta nuovamente dal sindaco, che si impegnò a recintare nel giro di poche settimane i giardini pubblici, i parcheggi e le aree verdi attrezzate. Gli accessi dei recinti vennero anche presidiati con controlli alle entrate, alle uscite ed agli stessi muri, sui quali, come chiaramente indicato nella delibera comunale, era vietato affiggere manifesti, realizzare murales, appoggiare biciclette. Passata l’estate, con l’apertura delle scuole si ricominciò a parlare di sicurezza. Nelle prime assemblee di classe, di istituto, di circolo, di circoscrizione, di quartiere e di partito, si ravvisò la necessità di rendere sicuri anche i collegamenti e di proteggere i percorsi frequentati dai bambini. I tecnici comunali si misero all’opera e studiarono tamponamenti di portici, passerelle sopraelevate, passaggi a tunnel e gabbie reticolari. In seguito anche gli anziani e le categorie più deboli cominciarono a reclamare maggiore protezione e sicurezza. Furono recintate le banche, gli uffici postali e quelli comunali. “Il muro racchiude ma non separa, protegge ma non isola, unifica e collega i servizi e le architetture. Il muro aiuta”, recitava il nuovo slogan dell’amministrazione e la gente cominciava a crederci. Così, sotto la spinta dell’opinione pubblica, si diede inizio ad un grande progetto di revisione urbanistica. Alcune vie vennero cintate da alti muri per i due sensi di marcia. Per il percorso che portava al duomo ed al municipio fu realizzato un passaggio protetto da parapetti in muratura piena. Per ultima fu recintata la piazza, chiudendone gli accessi con alti portoni fissati su solidi pilastri: la via Garibaldi ad esempio si concludeva su due battenti in legno borchiato di gusto medievale, fissati a due enormi colonne in pietra locale, l’una a ridosso del Palazzo del Governatore, l’altra nelle vicinanze della Chiesa di San Giuseppe. “Le generazioni future ci ringrazieranno!” disse con compiacimento il sindaco in una delle tante interviste. Tuttavia i mesi successivi furono caratterizzati dalle proteste dei residenti dei quartieri periferici, che lamentavano la totale mancanza di attenzione verso le loro zone, lasciate al degrado ed al malaffare. L’amministrazione comunale intervenne con la massiccia bonifica e recinzione delle aree interessate, seguita dalla costruzione di un parco giochi con un giardinetto fiorito e di tre piazzette su cui vennero installate alcune fontane, un monumento ai caduti sul lavoro e vario arredo urbano. Ultimati i lavori l’emergenza sembrava finita ed un referendum cittadino decretò il ripristino delle antiche mura medievali, a suggello degli interventi realizzati fino a quel momento. Autorevoli riviste segnalarono l’idea della città che “utilizza e rimonta gli elementi della storia per inventare nuovi spazi” o della comunità che “sembra rappresentarsi in muri di cinta che appaiono indecisi tra il nascondere ed il far desiderare ciò che proteggono”. Qualcuno disse che la realizzazione di quei recinti, vera e propria ragnatela di muri, aumentava la possibilità di esplorare e sorprendersi, altri l’esatto contrario, ma erano pochi. La vita quotidiana riprese a scorrere tranquillamente, ma la notizia che dall’Asia si stava propagando un pericoloso virus influenzale mise nuovamente in agitazione la cittadinanza. Dopo riunioni e consultazioni si arrivò alla drastica soluzione di murare la porta della città. Si decise però di realizzare il muro come fosse un grande mosaico, elegantemente disegnato con mattoncini rustici di diverso colore. Per i più piccoli era piacevole ammirare quell’opera minuziosa, che richiedeva una meticolosa pazienza, e molti accorrevano per vederla progredire. Colpito da un raggio di sole che penetrava tra le fessure, un bambino immaginò la città che diventava trasparente, senza recinti, assaporando il piacere di correre per le strade aperte e sfidare con lo sguardo la profondità, di entrare nel parco ed uscirne, e poi rientrarvi più in là, potendo guardare i tronchi degli alberi e le cortecce. Stette così per un po’, poi la posa degli ultimi mattoni lo lasciò completamente nell’ombra.
 Angelo Patania 

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