venerdì 16 settembre 2011

Video Religioso: Mani


Un canto bellissimo, da proporre in chiesa e agli amici. 
Qui di seguito il testo del video.


Vorrei che le parole mutassero in preghiera
e rivederti, o Padre, che dipingevi il cielo.

Sapessi quante volte,
guardando questo mondo,
vorrei che tu tornassi a ritoccarne il cuore.

Vorrei che le mie mani avessero la forza
per sostenere chi non può camminare.

Vorrei che questo cuore
che esplode in sentimenti
diventasse culla per chi non ha più madre.

Mani, prendi queste mie mani,
fanne vita, fanne amore,
braccia aperte per ricevere chi è solo.

Cuore, prendi questo mio cuore,
fa’ che si spalanchi il mondo,
germogliando per quegli occhi
che non sanno piangere più.

Sei tu lo spazio che desidero da sempre,
so che mi stringerai e mi terrai la mano.

Fa’ che le mie strade si perdano nel buio
e io cammini dove cammineresti tu.

Tu soffio della vita prendi la mia giovinezza
con le contraddizioni e le falsità, strumento
fa’ che sia per annunciare il regno
a chi per questa via tu chiami beati.

Mani, prendi queste mie mani...

Noi giovani di un mondo che cancella
i sentimenti e inscatola le forze
nell’asfalto di città, siamo stanchi di guardare
siamo stanchi di gridare, ci hai chiamati
siamo tuoi, cammineremo insieme.

Mani, prendi queste nostre mani,
fanne vita, fanne amore,
braccia aperte per ricevere chi è solo.

Cuore, prendi questi nostri cuori,
fa’ che siano testimoni,
che tu chiami ogni uomo
a far festa con Dio.

venerdì 9 settembre 2011

Racconto: La città dei recinti di Angelo Patania


La città dei recinti



Era accaduto molti anni addietro in una piccola e tranquilla città, ma qualcuno lo ricordava ancora. Tutto era cominciato a dicembre, quando nel giardino di una scuola materna era stata trovata una siringa, chiaro segno che il posto veniva frequentato da drogati. Infatti ad un’analisi più accurata vennero trovati anche una bottiglia di birra vuota e pezzi di vetro sparsi. In pochi minuti sorse un comitato che si presentò al sindaco per protestare, denunciando il pericolo e la mancanza delle più elementari norme igieniche e di sicurezza. Contemporaneamente venne informata la stampa, l’USL e l’Ufficio tecnico furono tempestati di richieste di sopralluogo e di chiarimenti sulla sicurezza degli edifici pubblici. Al motto di “proteggiamo i cortili” i genitori chiedevano all’Amministrazione comunale luoghi più sicuri. Pressati dai media e dall’opinione pubblica il sindaco e la giunta attivarono esperti e consulenti. Dopo lunghe discussioni l’equipe di specialisti elaborò l’idea di utilizzare dei muri di recinzione. La proposta alla cittadinanza fu immediata, la variante normativa ebbe iter abbreviato ed il successo totale, soprattutto tra i genitori. Le prime ad essere recintate furono proprio le scuole materne, poi, a fine marzo, le scuole elementari, ed infine anche le superiori. In quei mesi non vennero trovati oggetti estranei, la vita anzi sembrò svolgersi più ordinata, raccolta e pulita. Alle scuole seguirono la biblioteca, la piscina ed i campi da gioco. Il successo fu tale che alla fine di giugno, dopo la chiusura delle scuole, le famiglie si sentirono prive di quel senso di sicurezza che le aveva tranquillizzate nei mesi precedenti e si presentarono in massa davanti al municipio. Una delegazione fu ricevuta nuovamente dal sindaco, che si impegnò a recintare nel giro di poche settimane i giardini pubblici, i parcheggi e le aree verdi attrezzate. Gli accessi dei recinti vennero anche presidiati con controlli alle entrate, alle uscite ed agli stessi muri, sui quali, come chiaramente indicato nella delibera comunale, era vietato affiggere manifesti, realizzare murales, appoggiare biciclette. Passata l’estate, con l’apertura delle scuole si ricominciò a parlare di sicurezza. Nelle prime assemblee di classe, di istituto, di circolo, di circoscrizione, di quartiere e di partito, si ravvisò la necessità di rendere sicuri anche i collegamenti e di proteggere i percorsi frequentati dai bambini. I tecnici comunali si misero all’opera e studiarono tamponamenti di portici, passerelle sopraelevate, passaggi a tunnel e gabbie reticolari. In seguito anche gli anziani e le categorie più deboli cominciarono a reclamare maggiore protezione e sicurezza. Furono recintate le banche, gli uffici postali e quelli comunali. “Il muro racchiude ma non separa, protegge ma non isola, unifica e collega i servizi e le architetture. Il muro aiuta”, recitava il nuovo slogan dell’amministrazione e la gente cominciava a crederci. Così, sotto la spinta dell’opinione pubblica, si diede inizio ad un grande progetto di revisione urbanistica. Alcune vie vennero cintate da alti muri per i due sensi di marcia. Per il percorso che portava al duomo ed al municipio fu realizzato un passaggio protetto da parapetti in muratura piena. Per ultima fu recintata la piazza, chiudendone gli accessi con alti portoni fissati su solidi pilastri: la via Garibaldi ad esempio si concludeva su due battenti in legno borchiato di gusto medievale, fissati a due enormi colonne in pietra locale, l’una a ridosso del Palazzo del Governatore, l’altra nelle vicinanze della Chiesa di San Giuseppe. “Le generazioni future ci ringrazieranno!” disse con compiacimento il sindaco in una delle tante interviste. Tuttavia i mesi successivi furono caratterizzati dalle proteste dei residenti dei quartieri periferici, che lamentavano la totale mancanza di attenzione verso le loro zone, lasciate al degrado ed al malaffare. L’amministrazione comunale intervenne con la massiccia bonifica e recinzione delle aree interessate, seguita dalla costruzione di un parco giochi con un giardinetto fiorito e di tre piazzette su cui vennero installate alcune fontane, un monumento ai caduti sul lavoro e vario arredo urbano. Ultimati i lavori l’emergenza sembrava finita ed un referendum cittadino decretò il ripristino delle antiche mura medievali, a suggello degli interventi realizzati fino a quel momento. Autorevoli riviste segnalarono l’idea della città che “utilizza e rimonta gli elementi della storia per inventare nuovi spazi” o della comunità che “sembra rappresentarsi in muri di cinta che appaiono indecisi tra il nascondere ed il far desiderare ciò che proteggono”. Qualcuno disse che la realizzazione di quei recinti, vera e propria ragnatela di muri, aumentava la possibilità di esplorare e sorprendersi, altri l’esatto contrario, ma erano pochi. La vita quotidiana riprese a scorrere tranquillamente, ma la notizia che dall’Asia si stava propagando un pericoloso virus influenzale mise nuovamente in agitazione la cittadinanza. Dopo riunioni e consultazioni si arrivò alla drastica soluzione di murare la porta della città. Si decise però di realizzare il muro come fosse un grande mosaico, elegantemente disegnato con mattoncini rustici di diverso colore. Per i più piccoli era piacevole ammirare quell’opera minuziosa, che richiedeva una meticolosa pazienza, e molti accorrevano per vederla progredire. Colpito da un raggio di sole che penetrava tra le fessure, un bambino immaginò la città che diventava trasparente, senza recinti, assaporando il piacere di correre per le strade aperte e sfidare con lo sguardo la profondità, di entrare nel parco ed uscirne, e poi rientrarvi più in là, potendo guardare i tronchi degli alberi e le cortecce. Stette così per un po’, poi la posa degli ultimi mattoni lo lasciò completamente nell’ombra.
 Angelo Patania 

lunedì 8 agosto 2011

Teatro: Recita di Ludovica Cannizzo


Luogo: Teatro Greco di Siracusa
Compagnia: Accademia dramma antico

venerdì 8 luglio 2011

Articolo: La domus ecclesiae di Davide Malaguarnera

Aspettando N° 68 - Giugno 2011


La Domus Ecclesiae 
Prima dell’era costantiniana, non esistono prove archeologiche che attestino l’esistenza di un’architettura cristiana. I primi cristiani, si incontravano per pregare e spezzare il pane, in case private, messe a disposizione per la comunità. Si trattava di spazi piccoli e modesti, che avevano come scopo, l’aggregazione dei fedeli per la celebrazione della Parola di Dio. In questo clima così raccolto e intimo si stabilivano relazioni di fraternità e di sororità, che in seguito consentiranno la diffusione dell’evangelo.  
L’apostolo Paolo e l’evangelista Luca menzionano sovente, queste realtà domestiche. Infatti, i primi cristiani a Roma si riunivano nella casa di Aquila e Priscilla (Rom. 16,5), come la comunità di Colosse si incontrava nella casa di Filemone (Filem. 1,2), ed anche la casa di Maria madre di Giovanni, divenne un luogo di preghiera e di condivisione (At. 12,12).
Un esempio di domus ecclesiae, è stato scoperto nel 1920, in Siria, vicino al fiume Eufrate, nell’attuale città di Qal'at Sem'an (antica Dura Europos). Le scoperte archeologiche, hanno dimostrato, che in questa città, crocevia di popoli e di religioni, esisteva, una domus ecclesiae (vedi foto).


Secondo gli archeologi, questa chiesa domestica faceva parte di una casa, che si affacciava su una strada lastricata. Si tratta di una struttura su due piani. Il primo piano serviva per la comunità, il secondo piano era probabilmente l’abitazione del proprietario. Questa foto è stata ricostruita dagli archeologi, per comprendere meglio la funzione delle sale interne. La stanza più grande serviva alla comunità, per incontrarsi attorno alla Parola di Dio. La sala piccola, veniva utilizzata per condividere insieme le agapi. L’ambiente più piccolo, era un battistero per il battesimo dei catecumeni. Quest’ultimo ambiente era l’unico ad essere decorato, con raffigurazioni di personaggi e scene dell’Antico e del Nuovo Testamento. Questo indica come la sala più piccola, allestita per l’iniziazione fosse l’ambiente più importante di tutta la struttura.
Per mezzo della politica di Costantino, il cristianesimo divenne una religio licita e con l’editto di Milano, nel 313, il cristianesimo si impose come religione dell’impero. Questa nuova dimensione politica/religiosa, portò un cambiamento radicale dei luoghi di culto. Infatti, si passò dalla domus ecclesiae alle basiliche.
Con la costruzione di grandi basiliche, che riprendono usi e spazi della Roma imperiale, anche la celebrazione del culto venne modificata. Si passò da una struttura molto piccola, intima e familiare ad una struttura molto grande, sacra e spesso “fredda”.
I primi cristiani vivevano la quotidianità come luogo, in cui tessere la propria vita spirituale. Un luogo familiare, affinché la Parola di Dio, potesse vivere all’interno della propria famiglia, e non solamente nel luogo di culto. Un ambiente siffatto permetteva a tutti i componenti che vi partecipavano di esprimersi, condividere e relazionarsi secondo la propria personalità ed esperienza, non seguendo esclusivamente e freddamente regole e norme ecclesiali.
Questo clima di serenità e di spontaneità, conduce anche oggi il credente ad aprire il proprio cuore all’azione dello Spirito di Dio, che trasforma il suo pensare, il suo agire e la sua coscienza. La bella abitudine di aprire le porte di casa ai fratelli, alle sorelle, agli amici e familiari ricorda le riunioni dei primi cristiani. Vivere la casa “insieme” permette una trasformazione costante della mente che rende il cristiano “un sacrifico vivente” e “sacro” per l’Eterno.
Questo implica che non è l’edificio ad essere “sacro” nel suo insieme come si pensa spesso del luogo di culto, ma è la persona ad essere “sacra” e rendere “sacro” l’ambiente in cui adora e loda il Dio vivente. La chiesa è tale quando riesce a creare attorno ad essa, un ambiente familiare, e non distaccato dalla quotidianità. Un luogo in cui, primeggia la vita comunitaria, per vivere insieme una porzione di eternità. In questo senso il significato più profondo di “sentirsi a casa” è il mio augurio per tutte le comunità.

Davide Malaguarnera